LE COLLINE E I BOSCHI, UN AMBIENTE DA VIVERE E DOVE VIVERE
Sole e pioggia, caldo e freddo. Così, nei secoli, ha preso forma la stupenda coreografia del Roero. E, scavando tra i ricordi
della terra, al di qua e al di là del Tanaro, ecco emergere le impronte dell’uomo. Sono i segni di una lotta millenaria con il
bosco, la voglia di coltivar anche il più piccolo triangolo di terra, di strappare alla natura l’impossibile per affrontare
le carestie o, come si diceva, la vita negli anni non fortunati.
Ma, in questo continuo confrontarsi del contadino, è nato, cresciuto e si è rafforzato l’equilibrio ecologico che ha garantito
sviluppo sostenibile, sempre. E, oggi, si vede. Dietro questo desiderio c’era il sogno di vivere senza dover dipendere dalla
città o da chiunque. Si raccoglieva la legna per scaldarsi, mai però violando i ritmi della natura, gli arbusti finivano in
fascine, anche queste utilissime. Nulla veniva sprecato. Per legare i rami delle viti se ne usavano altri, anch’essi fatti
crescere in fondo al podere. Insomma sia in Langa che nel Roero è stato per millenni il trionfo della piccola proprietà
contadina: manciate di terreno sulle quali c’era posto per il campo, il prato, il bosco e uno o due pezzi di vigna, se
possibile lontani l’uno dall’altro per salvarli nel corso di grandinate. A mutare, come in una continua lievitazione,
l’insieme sono state le continue divisioni testamentarie che si sono tradotte in eccessive divisioni, suddivisioni, pezzi,
pezzetti e pezzettini. Nel fondi lungo le strade, verso le parti pianeggiati o nei tanti piccoli altipiani si è coltivato e
ancora si coltiva il grano, il grano turco, gli alberi da frutto. Sui versanti collinari, invece, anno dopo anno, è aumentato
il peso delle vigne.
D’altra parte la presenza della vigna in Langa o nel Roero è antichissima. Tracce di “Vitis Brunii” sono state trovate nel
terziario pliocenico di Bra, ma è tra ‘600 e ‘700 che la vigna si conquista un posto grande e forte. E con essa ecco l’uso
dei canneti. Le canne, infatti, servivano, per i nuovi impianti e per rafforzare i filari. Non solo, tra un filare e l’altro,
si diffondeva l’orto: cioè si coltivava ogni specie di legume, dal cavoli ai fagioli, dall’insalata ai sedani.
Piccoli pezzi di terra, un po’ vigna, un po’ orto e, naturalmente, quasi in ogni proprietà i “ciabot” cioè quei particolari
capanni dove trovavano riparo gli attrezzi, ma anche uomini e donne quando scoppiavano temporali o per le pause del pranzo,
della colazione, della merenda. Splendide minicasette che dominano dovunque le colline, danno loro una caratteristica e le
accompagnano nella crescita.
Ai confini dei campi e dei prati ecco i salici, i gelsi che, con la coltivazione del baco da seta hanno avuto un peso non
indifferente nell’economia collinare. Oltre il 30 per cento del territorio è costituito da boschi misti che rivelano il lungo
lavoro dell’uomo nel corso dei secoli per cercare di addomesticare una natura piuttosto ostile. Tra le specie principali
la roverella, il pino, la betulla, il faggio e il frassino nelle zone più umide. Sui versanti più dolci il castagno, il bosco
ceduo e, in enorme quantità nella zona di Cortemilia, i noccioleti, altro pilastro dell’economia. L‘uomo e le colline: il quadro
complessivo è davvero molto bello per le proporzioni, la ricchezza, l’equilibrio.
D’autunno, poi, quando arrivano i giorni della vendemmia o in primavera quando già i contadini lavorano lungo i filari,
al mattino presto l’umidità della notte forma uno strato, quasi un cuscinetto nebbioso che ricopre tutto e dal quale,
gradualmente spuntano i campanili, le case, i “ciabot” e lo spettacolo è strabiliante. Lo diventa ancora di più se si pensa che
tra quella nebbia e quelle colline si muovono i cercatori di tartufi, il saporitissimo oro nero di Langa e Roero.